come state ? | cómo estás ? | how are you ?

Cari lettori e scrittori di Covidiary19,

dopo più di di sei mesi, da Almerìa e Huelva ci ritroviamo finalmente nel cuore del Salento !

Questo messaggio, innanzitutto per ringraziarvi:

grazie per aver aderito al nostro progetto, grazie per averci supportati e per averci creduto, grazie per esserci stati vicini, da lontano.

Come state ? Come state vivendo questo periodo ? Che sensazione avete provato a riabbracciare le persone a voi vicine ?

Sarebbe bello leggere la continuazione delle vostre storie.

Il nostro progetto è quasi giunto al termine ma non possiamo ancora svelarvi nulla. 🙂

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Queridos lectores y escritores de Covidiary19,

después de más de seis meses, desde Almería y Huelva nos encontramos por fin en el corazón de nuestro Salento (sur Italia) !

Este mensaje, en primer lugar para agradecerle:

Gracias por unirse a nuestro proyecto, gracias por apoyarnos y creer en nosotros, gracias por estar cerca de nosotros, desde lejos

¿Cómo está estás ? ¿Cómo estás viviendo este período? ¿Cómo te sentiste al abrazar a las personas cercanas a ti otra vez?

Sería bueno leer la continuación de tus historias.

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Dear readers and writers of Covidiary19,

after more than six months, from Almerìa and Huelva we finally find ourselves in the heart of Salento (south Italy) !

This message, first of all to thank you:

thank you for joining our project, thank you for supporting us and believing in us, thank you for being close to us, from afar.

How are you? How are you living this period ? How did you feel when you hug the people close to you again ?

It would be nice to read the continuation of your stories.

No, noi non siamo angeli, siamo persone comuni, come tutti

In questo momento di crisi, di debolezza e di paura noi di CRI abbiamo deciso di mostrare tutta la forza che il volontariato ci trasmette per portarla a nostra volta a casa degli anziani, la fascia più debole della nostra popolazione, quella più sola, a disagio, in pericolo. 

Oramai da qualche settimana andiamo a portare spesa, farmaci e beni di prima necessità a coloro che, il giorno prima, ci contattano al numero del centralino.

È un’attività durante la quale è importante creare un rapporto basato su dolcezza e comprensione con l’anziano, instaurando una breve conversazione, gli chiediamo come sta, se è sola/o, se ha bisogno di qualcosa, lo consoliamo in caso non abbia nessuno con cui parlare e cosa più importante gli lasciamo grandi sorrisi (da dietro la mascherina) sperando di rasserenare la loro giornata. 

Alla fine del turno mi sento sempre sollevata, serena, in pace, perché so di aver fatto del bene e, anche se per poco, di aver fatto star bene una persona. 

Nonostante ciò è proprio durante queste attività che ci si accorge di realtà quali solitudine e tristezza, che sono spesso lontane dalla famiglia felice. E’ come se la realtà ti desse uno schiaffo in pieno viso quando si osservano le condizioni di un anziano solo, magari che non vede bene, che ha problemi di deambulazione o semplicemente che non parla da giorni con nessuno e non può uscire… è qui che io volontaria mi sento più utile, nel portare tra quelle mura tristi e umide, un sorriso, un po’ di comprensione e tutto ciò di cui la persona ha bisogno. 

È un compito importante, in questo momento essenziale.

Iniziamo il primo turno, arrivo in sede e mi munisco di mascherina chirurgica e guanti. 

Prendiamo le missioni che il giorno prima ci hanno preparato e vi! Sul mitico pandino della CRI

Una volta per strada andiamo di casa in casa… al primo citofono… “Salve signora, sono Giorgia della Croce rossa. Siamo qui per la spesa”… e la sua risposta “prego prego, salite, terzo piano” – sempre io “grazie signora, metta la mascherina”. Arriviamo sul pianerottolo “Mi scusi non mi posso avvicinare ma, come sta? Lei è sola?” dico mentre mi consegna soldi e lista della spesa.

Dalla mascherina noto le rughe dell’enorme sorriso che nasconde lì sotto e la voce squillante e allegra che tradisce la sua felicità nel vedere qualcuno per la prima volta dopo tanto tempo… sentendo la mia domanda un po’ si spegne, la voce più profonda “si signorina, io sono sola… e come sto, beh, si tira avanti … mi sento un po’ sola ogni tanto e parlo con lo specchio ahah, le sembrerò matta, ma rende tutto questo meno pesante” 

E io, cuore in gola ascoltando queste parole, provo a consolarla ritardando di 2 minuti pur di parlare con lei, per allontanarle momentaneamente la solitudine. È allora che mi dice del marito, che è venuto a mancare poco tempo prima, mi fa vedere la sciarpa che sta facendo con lana e perline, mi racconta che ha ancora i vestiti di lui in casa, il suo profumo, insomma, è come se fosse ancora con lei.

Il suo tono torna squillante e riprende “il vostro lavoro è davvero prezioso, posso chiamare un’altra volta?” – io replico senza pensarci due volte “ma certo signora! Quando vuole, per ogni esigenza. Allora ci vediamo quando torno a portarle la spesa e i farmaci. E ricordi che non è sola, per qualsiasi cosa ci siamo noi.” 

La dolcezza di questa signora, le lacrime a stento trattenute quando parla del marito, la solitudine che si legge nei suoi occhi, nei gesti, nella voce. Il suo ringraziarvi milioni di volte dopo che le abbiamo portato la spesa, il suo volerci offrire a tutti i costi una caramella perché se no -sue parole- “ci resto male io!”, tutto questo è speciale. 

 

La casa dopo, durante il secondo servizio, sembra una di quelle dei film, non credi che quelle realtà esistano sul serio fino a quando non le vedi. 

Il citofono non funziona, la porta dell’ingresso è aperta. Entrando odore di gas, polvere e cibo vecchio … sporco ovunque … sembra una casa disabitata, un po’ inquietante, da Horror.

Arriviamo alla porta con il cognome della signora, ci è segnalato che è ipovedente, infatti dopo aver bussato ci apre senza mascherina dicendoci che non la trova, perché non ci vede, la tristezza in lei che cerca solo comprensione.

Chiede così ” Entrate che mi date una mano” e noi “Signora non possiamo entrare, è per la sua salute, però guardi, faccia con calma e “cerchi” la mascherina. Nel mentre ci prepara la lista della spesa e i soldi okay?” 

Mentre aspettiamo cerchiamo di instaurare una conversazione “Come sta? E qui da sola? Ha qualcuno con cui parlare ogni tanto?” – e allora lei – “qui sono sola, faccio un po’ fatica, mio figlio abita lontano però mi chiama tutti i giorni, almeno chiacchiero un po’ … grazie a voi però riesco a fare la spesa, sapete, mio figlio non può venire”, noto che fatica a parlare, ad articolare correttamente le parole, sicuramente questa signora avrebbe bisogno di un grosso aiuto, purtroppo io adesso posso fare poco, ma so che per lei è tantissimo, questo mi solleva.

Nonostante non volessi mi è caduto l’occhio sulle condizioni di vita di questa signora, pavimento sporco, abiti ammucchiati sul piccolo divano in pelle, la finestra chiusa nonostante il sole splendente fuori.  

Attendendo che la signora torni con la mascherina dal corridoio si sentono delle grida in una lingua straniera, colpi contro il muro, sedie sbattute e dopo qualche minuto esce dall’appartamento adiacente un ragazzo affannato, ci guarda stranito e ritorna dentro, le grida ricominciano e non terminano neanche quando ce ne andiamo.

Non posso sapere cosa sia successo ma in quel momento ho sentito un brivido, sono riuscita a percepire come per tanta gente stare in casa equivale a stare in una prigione, una tortura, una gabbia da cui non si può uscire

Torna la signora, ci ringrazia almeno 100 volte, ci chiama angeli. 

No, noi non siamo angeli, siamo persone comuni, come tutti… ognuno di noi ha paure, difetti, ansie, però ci mettiamo a disposizione del prossimo, mettiamo in gioco le nostre capacità, tutto quello che possiamo, per portare anche solo un sorriso dietro una mascherina.

  • : Cairate, (VA)
  • : 19
  • : Studentessa e volontaria CRI

È un sospetto Covid, agisci come da protocollo

Sono le otto meno dieci, ho appena preso lo spruzzino Sandik per igienizzare la divisa. Manca poco alla fine del turno, stiamo aspettando solo l’equipaggio che ci avrebbe dato il cambio per fare la notte.

*Driiiiin Driiiiin Driiiiin*

EMMA inizia a suonare. EMMA è il nome del sistema che ci invia le missioni, è la donna di cui nessun soccorritore in questo periodo vuole sentire la voce.

Subito dopo squilla anche il telefono di servizio

“Ciao, sono Carolina, dimmi…”

“Ciao, è un sospetto Covid, agisci come da protocollo.”

Nonostante ormai siamo abituati a ricevere queste chiamate, un brivido mi pervade la schiena.

Prendo il telefono di servizio e mi avvio verso l’ambulanza. Oggi sono capo equipaggio, come ultimamente mi capita spesso.

In ambulanza noi volontari siamo abituati ad uscire in tre: autista, capo equipaggio e terzo soccorritore. Ciò significa che si crea una certa coordinazione, nonostante ciascuno è in grado di fare tutto il necessario, ci si divide i compiti per rendere il servizio più efficace e veloce. L’autista, oltre a guidare, di solito è si occupa del preparare i presidi per il trasporto del paziente. Nel frattempo il capo equipaggio ed il soccorritore si approcciano al paziente, il primo facendo tante domande per capire la situazione, il secondo prendendo i parametri vitali.

In questo periodo ogni uscita, o quasi, necessita di essere trattata come sospetto Covid-19, quindi, per risparmiare i dispositivi di protezione individuale, inizialmente solo il capo equipaggio si prepara ed entra in contatto con il paziente, ricoprendo tutti e tre i ruoli.

Io ho fatto l’esame per accreditarmi come soccorritore relativamente da poco, in uscita fino a gennaio ho fatto il terzo, a inizio febbraio ho iniziato ad uscire come capo equipaggio, spalleggiata dalla mia squadra, che mi accompagnava con l’esperienza, mi faceva notare cosa poteva essere fatto diversamente.

A fine febbraio è arrivato il Covid ed è cambiato tutto. Non ho nessuno a fianco, devo ricordare tutto da sola.

So di essere in grado, ma la paura c’è sempre.

L’autista è la mia caposquadra, mi volge uno sguardo dolce e mi chiede se sono pronta. Sa anche lei che ho poca esperienza, ma dice sempre che sono una tosta. È preoccupata e si vede, ma so che crede in me.

Apro il portellone laterale dell’ambulanza, prendo tutto il necessario per prepararmi ad uscire. Indosso un primo paio di guanti e il tutone in Tyvek bianco, come quelli che si vedono in TV, che mi sta largo come sempre, ed inizio a sentire il caldo. I miei colleghi mi allacciano la cerniera e mi infilano i calzari. Lego i capelli e indosso la mascherina FFP2 e la maschera per gli occhi, che intanto si è già appannata. Indosso il secondo paio di guanti e mi sigillano la tuta.

Mi chiedono se sono pronta, io sorrido anche se non si nota e alzo il pollice. Sono sempre positiva.

Si parte, è un codice giallo, accendiamo la sirena.

In ambulanza scrivo ad un mio amico, è anche lui un soccorritore, lo fa da tanto tempo più di me, anche lui è preoccupato per me nonostante ne abbia viste tante, mi dice di stare attenta.

Mando un messaggio anche ai miei genitori, che mi stanno aspettando per cena, dicendo che arrivo in ritardo perché siamo usciti a fine turno.

La mia autista mi dice che siamo arrivati, mi guarda e mi chiede una volta ancora se sono pronta.

Non si è mai davvero pronti, ma dico sì.

Scendo dall’ambulanza, prendo il necessario per provare i parametri e mi avvio. Suono il citofono:

“Salve, sono Carolina, della Croce Rossa.”

Mi aprono, salgo due o tre rampe di scale, arrivo fino ad una porta aperta, c’è una donna che mi sta aspettando.

Come di prassi chiedo cosa sia successo, anche se dentro di me già lo so. La donna mi porta in camera dal marito. Mentre prendo i parametri e li registro sul telefono di servizio mi faccio raccontare come si sente e quali sono i motivi della chiamata. Aveva i sintomi Covid, tutti, dal primo all’ultimo, come da manuale. A questo punto mi fa la fatidica domanda:

“Secondo lei potrei avere il Coronavirus?”

Sospiro, non posso dargli una risposta in nessun senso, i sintomi li ha, ma finché non si fa un tampone non si può sapere. Allora provo a sdrammatizzare, come faccio sempre.

“Non mi dia del lei, ho solo vent’anni, sono giovane.”

Lui sorride.

“Ascolti signore, adesso facciamo così, visto che io risposte sicure non posso darne, andiamo a fare un controllino in ospedale così vediamo come sta. Va bene?”

Annuisce. A questo punto gli spiego che devo contattare la mia centrale operativa, che mi diranno loro in che ospedale andare.

Chiamo, risponde il solito disco registrato.

Premere 1 paziente urgente, 2 paziente non urgente, 3 non trasporta….

Scelgo e mi mettono in attesa.

…Sala Operativa Regionale Emergenza Urgenza dei Laghi, attendere prego…

Ho aspettato tra i 5 e i 10 minuti circa, in questo periodo è piuttosto normale, tante ambulanze sono fuori tutte insieme e i tempi di risposta sono rallentati, per fortuna la situazione del mio paziente non è critica. Mi risponde un operatore, racconto tutta la storia, ormai in modo meccanico, sono tutte così simili. Dopo una breve conversazione mi comunica l’ospedale di destinazione.

A questo punto ci prepariamo per andare, da lontano chiedo ai miei compagni di preparare l’ambulanza al trasporto. Per fortuna il paziente, seppur debole, cammina e non mi serve una mano per accompagnarlo.

Risalgo in casa, aiuto il signore a mettersi dei vestiti puliti. Vuole mettere una maglietta del Napoli, da Juventina non posso non commentare, poi in questo periodo allentare la tensione fa sempre bene.

“Questa la mette da solo, io non tocco una maglietta napoletana.”

“Tu cosa tifi?”

“Sono una gobba…”

Mi fa una smorfia e sorride.

“Fossero tutti così” mi dice.

Iniziamo a parlare di calcio mentre sistema le ultime cose.

Stiamo per andare via quando vedo una bambina in lacrime nascosta dietro al divano, mi si stringe il cuore.

“Vieni qui a salutare il tuo papà, so che faccio paura vestita così, ma non lo sto portando via, lo accompagno solo dal dottore per guarire, poi può tornare a casa.”

La bambina si avvicina, abbraccia prima il papà e poi me.

“Sei uno dei supereroi che fanno vedere in TV?”

Vorrei tanto essere un supereroe in questo momento…

Salutiamo e iniziamo a scendere le scale, saliamo sull’ambulanza, allacciamo la cintura e partiamo per l’ospedale. Durante il tragitto compilo la relazione di soccorso mentre cerco di tranquillizzare il paziente.

Arrivati in ospedale entriamo e vado al triage, l’infermiere mi saluta, ormai sa anche lui cosa gli devo dire.

Racconto ancora la storia del paziente, lo accompagno nel cosiddetto “percorso sporco”, dove vengono visitati i pazienti sospetti Covid. Ci salutiamo.

Mi sposto nell’area dedicata alla svestizione, mi tolgo il tutone bianco, i guanti e i calzari, stando attenta a non toccare nessuna zona pulita con qualcosa di potenzialmente infetto.

Esco e mi dirigo verso l’ambulanza, che i miei colleghi hanno ripulito e igienizzato da cima a fondo nel frattempo. Mi chiedono com’è andata, mi limito a lamentarmi del caldo e degli occhiali appannati.

Nel tragitto di rientro in sede compilo le ultime cose di burocrazia e chiudo il dossier del paziente sul cellulare di servizio. Così finisce un’altra storia di un paziente qualunque, di un giorno qualunque, durante la pandemia Covid-19.

Io però durante i quindici minuti di strada ripenso a quella bambina che non sa se rivedrà il padre e a tutti i figli che hanno salutato i genitori per l’ultima volta senza saperlo. A mariti e mogli, a fratelli e sorelle. A tutti quelli che hanno perso o hanno paura di perdere le persone a cui tengono.

I numeri che la Protezione Civile comunica quotidianamente sono persone, ognuna con una storia, ognuna con una famiglia, ognuna con un sogno da realizzare. Me ne sono resa conto solo in quel momento.

  • : Gallarate (VA)
  • : 19
  • : Studentessa di medicina e chirurgia, volontaria soccorritrice

Covid-19, grazie a te ho capito che…

Mi presento, mi chiamo Jacopo Ravaioli, ho 22 anni, nella vita sono uno studente universitario iscritto alla Facoltà di Economia Aziendale nella mia città natale, Genova. Dal 2015 sono volontario della Croce Rossa Italiana ed ho fatto davvero tante esperienze: dal lavorare in un campo migranti con picchi di 300 ospiti, all’intervenire durante l’emergenza post crollo del Ponte Morandi, al garantire l’assistenza sanitaria, insieme a 200 colleghi, del Gran Premio di Formula 1 di Montecarlo, al passare un periodo di servizio presso il Comitato di Positano in Costiera Amalfitana e altre esperienze, più o meno importanti, che mi hanno sicuramente segnato definendo, in parte, la persona che sono ora.

Dal 16 febbraio sono stato eletto Consigliere Giovane del Comitato di Genova, una realtà non facile dato che abbiamo quasi 20 dipendenti e varie strutture da gestire. E, insieme alla nostra presidente e i 3 colleghi consiglieri, ci siamo trovati a dover affrontare una situazione che nessuno si sarebbe mai aspettato, un virus… una pandemia… e questo può essere visto come un battesimo del fuoco; fin troppe volte ci siamo sentiti dire: “Se riuscite a superare questa situazione, il resto del mandato sarà tutto in discesa”, e forse è vero, ma è presto per dirlo.

Questo virus è un nemico invisibile, quasi intangibile, che ci costringe a lavorare con dispositivi di protezione individuale che limitano i movimenti, limitano il campo visivo, fanno mancare il respiro e fanno sudare… fanno sudare tantissimo… e ormai ho perso il conto delle ore che ho passato vestito in quel modo, con quelle tute, con quelle mascherine.

12/03/2020, ore 10 circa; è l’orario in cui il 118 di Genova ci ha contattato dicendoci che avevano bisogno di un’ambulanza h24 dedicata al trasporto dei pazienti affetti da Covid-19, da attivare dalle 16 di quel giorno. Noi del Consiglio ci siamo riuniti per decidere come comportarci, naturalmente non ci saremmo mai potuti tirare indietro, quindi ci siamo rimboccati le maniche e ci siamo messi al lavoro e abbiamo fatto preparare l’ambulanza 6005 per dedicarla a questo nuovo e particolare servizio. La cosa che mi ha stupito di più sul momento è stata il tipo di allestimento che la centrale operativa ci richiedeva per il mezzo: un’ambulanza vuota, senza materiale, con solo le bombole di ossigeno e il defibrillatore, più coperta di plastica possibile per semplificare la procedura di sanificazione a base di ipoclorito di sodio e con la possibilità di sigillare e dividere il vano sanitario dal vano di guida, per proteggere gli operatori.

Ore 16, l’ambulanza diventa operativa. Ore 16:15 arriva la prima chiamata e tocca a me partire, insieme ad un collega; tocca a me vestirmi per la prima volta in assoluto nella nostra sede e mentre lo faccio ho paura, è una cosa nuova, non comprendo a pieno quello che sto facendo, ma seguo alla lettera le indicazioni che mi dà il medico Croce Rossa presente in quel momento. Una volta pronti, partiamo, codice giallo, accendiamo le sirene, destinazione Ospedale San Martino, per trasferire un paziente all’Ospedale Evangelico di Voltri, dedicato unicamente alla gestione dei pazienti Covid-19. Il paziente che dobbiamo trasportare è una ragazza di circa 30 anni. Non ricordo il suo nome, ma ricordo il suo sguardo: una ragazza impaurita che non sa cosa le sta succedendo, che sa solo di stare molto male, con 40 di febbre e tanta difficoltà a respirare e sa che è positiva a questo nuovo virus che prima, finché era solo in Cina, dall’altra parte del mondo, sembrava così innocuo, così poco reale.

Durante il trasferimento io sto dietro con lei. Mi chiede se posso accendere il riscaldamento perché ha molto freddo; lo faccio, nonostante stessi già sudando a causa del caldo infernale dato da quella tuta. Mentre siamo in movimento ha voglia di parlare, mi racconta degli ultimi otto giorni passati totalmente da sola chiusa in una stanza e l’unico contatto umano che aveva era una visita del medico, una volta al giorno. Mi racconta di come lui non sapesse mai rispondere a nessuna sua domanda sulla sua condizione, e che volesse solo uscire in fretta dalla stanza, spaventato anche lui dalla situazione. Poi mi racconta un po’ della sua vita: è una commessa in un negozio, nata in un paese della riviera ligure, e trova anche le energie per lamentarsi del fatto di avere i capelli sporchi e pieni di nodi ed io sorrido in quel momento, lei non può vederlo, ma è stato un piccolo ritorno alla normalità che per me, per lei, era davvero surreale. Le ho risposto che stava benissimo, non ci ha creduto, ma ha riso e ne sono davvero felice. Mancava ancora un po’ di strada e, scusandosi, mi ha detto che si sentiva sempre peggio e che le bruciava troppo la gola per continuare a parlare, per quanto lo desiderasse davvero e quindi il resto del viaggio siamo stati in silenzio. Spero davvero che ora stia bene e che sia a casa.

Le giornate successive sono andate sempre allo stesso modo, turni infiniti, centinaia di km fatti con quell’ambulanza. Ormai la vestizione la faccio da solo, è diventata automatica. La paura c’è sempre, ma è parzialmente coperta dall’abitudine; non abbasso la guardia, quello mai, però riesco a svolgere questo servizio rimanendo più tranquillo e sudando solo per il caldo e non anche per l’agitazione.

20/03/2020, è il mio compleanno, compio 22 anni. Naturalmente passo tutto il giorno in servizio, come gli altri giorni, ma la sera i colleghi mi organizzano una piccola festicciola con una torta. Devo dire che è stato un bel momento, erano presenti alcune persone importanti nella mia vita, o che lo erano già da prima di questa situazione, o che lo sarebbero diventate nei giorni a venire, ma sicuramente non credevo che avrei mai festeggiato un compleanno in questo modo, tra un servizio e l’altro, con una torta confezionata del supermercato.

È stato verso gli inizi di aprile che ho iniziato ad accusare i primi segni di cedimento, ho iniziato a sentire davvero la mancanza di cose che prima erano la normalità; uscire a bere una birra con degli amici, andare all’università, ma anche semplicemente vestirmi normalmente e non con la divisa. Ma c’era anche un altro problema che si manifestava quando mi fermavo per riposare: iniziavo a pensare… a chiedermi seriamente se stessi facendo la cosa giusta, perché non l’ho detto, ma viene da sé che io avessi messo in stand-by la mia vita; mentre i miei compagni di università andavano avanti grazie alle lezioni online io stavo lasciando tutto indietro, per potermi dedicare alla Croce Rossa, per poter fare quello che serviva. Mi trovavo in questa scomoda situazione di lotta intestina nella mia testa, portata dal fatto di non poter avere nemmeno un momento di svago, nemmeno dieci minuti dove poter staccare la testa e rilassarmi per smaltire un po’ di stress. Mi sentivo come una pentola a pressione prossima allo scoppio, non più capace di contenere tutto lo stress, la paura, la stanchezza accumulate dall’incredibile monte di ore di servizio fatte, comprendendo, oltre all’impiego in prima persona sulle ambulanze, anche tutta la parte da consigliere, con riunioni da fare per fronteggiare problemi di disponibilità economica del Comitato, problemi riguardanti scontri tra volontari e tra dipendenti che cedevano allo stress della situazione e tutti gli altri problemi legati alla gestione del Comitato. Ma per mia fortuna stava nascendo un qualcosa che mi avrebbe aiutato davvero tanto nei giorni a venire: mi sono legato ad una persona, una collega… una ragazza. Non che sia il periodo migliore per una cosa del genere, ma purtroppo, o per fortuna, sono quel genere di cose che non si possono né prevedere né controllare.

Sarò breve a riguardo, perché non è l’oggetto del racconto, ma ci tengo a parlarne perché, per me, anche questa è stata una parte importante in questa emergenza, forse fondamentale, per riuscire a non andare fuori di testa e cedere. Se dovessi descriverla brevemente concentrerei l’attenzione sulla sua allegria, il suo essere capace di portare il sorriso, anche in situazione difficili, e il suo essere capace di farti capire che lei c’è, ti è vicina; ogni tanto mi bastava incrociare il suo sguardo, mentre correvo avanti e indietro per la sede, e ricevere un suo sorriso, per avere un ritaglio di felicità in quelle frenetiche giornate. Forse troppo spesso, dopo un servizio particolarmente stancante o dopo aver discusso con qualcuno per qualcosa, mi trovavo seduto a non fare niente, a cercare di smaltire lo stress; ed in quel momento arrivava lei, con la sua genuina preoccupazione, a chiedermi cosa succedesse e, non riesco a spiegarmi come, in un modo o nell’altro riusciva sempre a strapparmi un sorriso e a darmi nuova forza per andare avanti. Ed è questo uno dei lati più belli della sua personalità: ha sempre pronta una parola di conforto per il prossimo ed è continuamente pronta a mettersi in gioco per aiutare gli altri; e non parlo solo delle persone che assistiamo, ma anche dei colleghi e della gente che le sta intorno, perché tutti, chi più chi meno, abbiamo bisogno di una persona che ci stia vicino e che ci aiuti, e lei lo fa con il sorriso e mettendoci tutta se stessa. Potrei elencare tante altre doti di questa ragazza, ma come dicevo non è l’oggetto del racconto, quindi mi fermo qui dopo aver parlato del perché è stata così importante per me in questo periodo, ma credo che continuerà ad esserlo per molto tempo.

17/05/2020, oggi, sto scrivendo questo racconto e a mezzanotte finisce la nostra convenzione Covid-19 con il 118. Non dovremo più garantire un mezzo h24 per il trasporto di questi pazienti; questo per “l’oggettivo rallentamento dei contagi”, come scritto sulla loro comunicazione. Molti si sono lamentati di questa scelta. Io, personalmente, mi domando solo se non sia troppo presto per smantellare tutto, ma la scelta non spetta a me, quindi sono semplicemente pronto a prendere atto di quello che succederà e rispondere di conseguenza con i colleghi del consiglio.

È stata un’esperienza surreale, spero non riinizi.

  • : Genova
  • : Genova
  • : 22
  • : Studente

Cuarentena (IV): seres extraños

Dicen que las palabras no son muy importantes, que no merece la pena discutir por ellas. Pero es debido a ellas por las que vemos el mundo de una u otra manera.

Pedro Sánchez hablaba en su discurso de seres extraños. Es decir, aquellas personas que no conocíamos y ante las que hay que ser cauto por el riesgo al contagio. Mi interpretación de esas palabras fue benigna porque mi visión del mundo lo es. Por más que lo intente, no puedo cruzarme con alguien en la calle y verlo como un ser extraño. No. Puede ser una persona desconocida, pero nunca extraña. Su mascarilla, su edad aparente, sus guantes, su distancia de seguridad en la acera lo acercan más a mí que antes. Ahora comparto con esa persona muchas cosas, visibles e invisibles. Hace unos meses, ese encuentro en la distancia se habría olvidado rápidamente en el trasiego diario. Hoy es inevitable pensar en esas personas que te encuentras en la compra cuando vuelves a casa. Hoy tengo más ganas de mostrar afecto hacia ellas, cuando los medios son más complicados.

Nos han dicho que estamos en una guerra, en lugar de en un reto sanitario; que debemos ser disciplinados, en lugar de solidarios; que somos compatriotas, en lugar de vecinos; que somos extraños, en lugar de desconocidos.

  • : Roquetas de Mar
  • : 40
  • : Docente

Il Quartiere piccolo Centro relazionale della Solidarietà diffusa

Cosa ci resta allora di questa lunga Fase 1?

Tanti interrogativi sull’immediato futuro sicuramente.
Poche risposte, una incertezza sempre più presente, specialmente se pensiamo alla continua evoluzione che tutto questo “tempo nuovo” sta per riversare nella nostra vita. (Distanza fisica, protezione e dispositivi per la salute, lavoro agile e da remoto, interventi economici delle istituzioni, imprese e rischi per il lavoro.)

Nessun dubbio, invece, abbiamo avuto su quanto siano sempre più preziose le nostre relazioni, accorciate, in questi tempi di lunghe distanze, dalla tecnologia: “Beni Relazionali” che ci hanno fatto riscoprire come ecologicamente si possono riconvertire in valore i nostri rapporti.
Una generatività semplice, grazie a tanti piccoli gesti di attenzione. Generosità e gratuità che gli economisti civili sintetizzano in 1 + 1 = 3.

Anche se lentamente, ci accingiamo a ripossedere i nostri spazi, e siamo chiamati a farlo in maniera nuova.
Mentre l’impero del Capitalismo occidentale, in tempi di crisi come questa, arretra inesorabilmente e si arrocca nelle grandi città, le nostre piccole piazze, i nostri piccoli comuni periferici e le città di provincia, restano sempre più distanti.
È evidente l’ennesimo fallimento del sistema consumistico legato esclusivamente al profitto economico.

Tutto ciò accentra e rende ingorde le grandi città, impoverendo migliaia, forse milioni, di cittadini in termini di risorse economiche, informazione pubblica, servizi alla persona, trasporti e possibilità di scelta.
Lo Stato più che mai non basta da solo a se stesso.
Si tratta di una frattura sempre più grande dove ogni giorno tante località, a prescindere dalla loro latitudine, si riscoprono “Sud” rispetto ad altre.

Un grande fallimento sì, ma anche un tempo nuovo di grandi possibilità.

Molti tra noi, che hanno a cuore il proprio territorio, evidenziano con le loro esperienze come questo può essere il momento migliore per invertire il paradigma e “liberare il potere concentrato nello spazio che si possiede, rispetto al potere che si genera attraverso l’idea che si è in grado di far fruttare.”

L’esperienza di fede dei cristiani, già nei primi secoli dopo la morte di Cristo, ci racconta come la maggior parte dell’innovazione fosse legata non al possedere e accumulare ricchezze, e quindi dalla rendita, ma dalla possibilità generativa delle esperienze di fede vissute tra le ferite della gente di ogni tempo.
Non ci scostiamo molto se pensiamo la stessa cosa applicata al “Sapere”.

Il Sapere (e il saper fare) come la Fede acquisiscono maggior valore solo se vengono moltiplicati”

Ne sono dimostrazione già le centinaia di esperienze che troviamo in Rete, frutto di tanti pazzi innovatori italiani e non che, vedendo con occhi nuovi la propria città, riscoprono storie, valori della propria piccola piazza o del proprio quartiere, risollevando in molti casi il concetto di periferia, trasformandolo in un centro-periferia a dimensione umana.

La nuova fase che sti sta per sviluppare dovrà inesorabilmente mettere sempre più in dialogo le realtà che abitano lo stesso territorio e compongono la propria Comunità: I cittadini, le famiglie, le imprese, i lavoratori con le istituzioni e gli organi governativi locali, le associazioni e i corpi intermedi della solidarietà.

Occorre, se non riusciamo a riconvertire e trasformare il sistema, trovare delle nuove formule di mutuo e reciproco soccorso e solidarietà, a partire proprio dai nostri rapporti.

È la più grande opportunità che ci potesse capitare, in questo male comune, per trovare a KilometroZero soluzioni in questo lungo tempo di grandi responsabilità.

Eustachio Santochirico

Uccio Matera lab

  • : ITALIA
  • : MATERA ( Mt)
  • : 31 anni
  • : Artigiano / Animatore di Comunità

Diario de una cuarentena VI

He anulado mis vacaciones. Ahora lo que me apetece es  trabajar. Sin comentarios. ¿Hacía falta vivir una distopía para poder redactar esas dos frases? Sin comentarios de nuevo. Es una pregunta retórica. Pero es que esta semana a medio abierto mi bar de siempre del curro, o quizás tendría que decir a décimo abierto ya que solo ha puesto una pequeña puerta desde la entrada donde se pueden pedir consumiciones para llevar. Yo he pedido café. El lunes, a las nueve. El martes a las ocho y media. Y de miércoles a hoy, a las ocho. Un café, esa pequeña infusión en un vaso de cartón acompañado de un azucarillo y una tira de plástico en lugar de cuchara. Os confieso que por la noche me acostaba pensando en ese momento, por ello he ido madrugando un poquito más cada día. Fue poco a poco, nada premeditado pero me he dado cuenta que tengo un gran poder que es fácil de usar, si quiero. Es muy cercano a la magia, la de verdad, la que hace posible descubrir conejos en chisteras o atravesar paredes sin puertas. Consiste en coger una cosa pequeña, lo más pequeña que se te ocurra, no sé, un acorde, un título  para un relato, un esbozo en un servilleta y convertir esa minúscula cosa en una canción, un estupendo relato o un dibujo que seas incapaz de dejar de mirar. Hacer grande algo pequeño. Como un café que te impulsa a madrugar y comenzar. Pura magia.

  • : Jaén
  • : Jaén
  • : 53
  • : Ingeniero

Episodio VI: Alergia

Creo que todos estamos de acuerdo en que esta pandemia mundial está coincidiendo con la entrada de la primavera. Ni los más tontos del lugar pueden refutar esta afirmación tan verídica. Así que los que tenemos asma y bronquitis alérgica, desde el inicio de los tiempos, tenemos una psicosis encima que ríete tú de Norman Bates…

Cada primavera me pican los ojos. Cada primavera me pica todo. Cada primavera tengo tos. Cada primavera tengo algunas pequeñas dificultades para respirar. Cada primavera, Ventolín es mi mejor amigo. Y no pasa nada. Porque soy consciente de que le tengo alergia al mundo y ese es el precio que debo pagar. Es un problema personal e intransferible. Y normalmente lo asumo con deportividad. Pero esta primavera es diferente, claro…

De pequeño, mis padres nos llevaron a veranear 3 años consecutivos al Mas de las Matas (Teruel) por recomendación de nuestro pediatra. Bueno, no dijo exactamente la ubicación, solo les recomendó buscar un clima seco donde soltar a sus polluelos, en lugar de una ciudad con tantísima humedad como Barcelona.

Aunque éramos muy pequeños, conservo imágenes grabadas en mi memoria de aquellos veranos. Imágenes y recuerdos. En aquel entonces, nuestra vida en Barcelona era de confinamiento en el hogar. Entendedme, solo salíamos para ir al cole, ir al parque o ir a la playa, pero siempre bajo la atenta mirada de mis padres. En el Mas de las Matas, nos dejaban ir solos por la calle. SOLOS. No creo que tuviera ni 7 años y era el mayor de tres hermanos…

Podría escribir un libro con mil anécdotas. Puede que algún día lo haga. Pero hoy os contaré un par de ellas. O tres…

La casa donde veraneábamos era enorme. Una casa de pueblo de esas de toda la vida. Con caballeriza. Por supuesto, no teniamos tele. Hablo del jurásico, eh? Pero nuestra vecina de enfrente sí. Y en color. Tener tele en color en aquella época es el equivalente a tener el Halcón Milenario como medio de transporte en la nuestra. Pues cada sábado, a la hora de los dibujos animados -Heidi, Marco, Mazinger Z- abría las puertas de su casa y nos colábamos unos cuantos críos a ver la serie. Era un momento indescriptible…

Fuimos al Mas de las Matas porque allí veraneaba mi mejor amigo. Jordi. Sus padres facilitaron a mis padres los contactos imprescindibles para disfrutar de esos tres veranos. Así que Jordi, además de tener que aguantarme todo el curso escolar -no solo le copiaba en mates sino que gastaba sus lápices de colores- tenía que soportarme todo el verano. Y yo plasta lo he sido desde mi tierna infancia. Así que imaginaros…

Le he robado esta foto de su Instagram. El recuerdo que tengo de ese día es que, mi madre, su madre y mi abuelo, nos llevaron a pasear por la Tierra Media sin pan de lembas. Igual solo andamos 500 metros, eh? Pero el recuerdo que tengo grabado a fuego es una caminata que haría llorar a Kilian Jornet. Ya de pequeño mi conexión al drama era intensa…

Una mañana me la pasé solo, paseando por la era. Podría ser perfectamente el título de la novela. Iba con una botella y “cazaba” saltamontes. A ver, no les hacía daño, probablemente solo les causaba algo de estrés. Los cogía con sumo cuidado y los iba metiendo en la botella. Cuando ya la tenía con diez o doce ejemplares, de distintos tamaños y colores, la dejaba en el suelo, tumbada, y los veía salir uno a uno. Recogía la botella y regresaba a casa. Siempre me gustó Flip…

Vaya. Lo siento. Acabo de viajar en el tiempo sin necesidad de un Delorian. Si habéis llegado hasta aquí leyendo, sois buena gente. O estáis muy aburridos en casa. En fin. Vuelvo a estar en el 2020. Confinado. Capeando la típica bronquitis con el mejor aliado que existe, el señor Ventolín. Escribiendo. Que no todos los días lo hago porque a mí la pereza nunca me ha parecido un pecado tan, tan capital…

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Diario de una cuarentena V

Tengo un amigo al que la vida no le fue bien en un largo periodo. Muy largo. Lo conocí cuando su tormenta perfecta rugía como el monstruo más espeluznante que vuestra imaginación sea capaz de concebir. En esos tiempos solo era para mí un conocido por lo que la compasión que sentía era proporcional. La relación avanzó con el tiempo y con ella mi profunda admiración por él. Supongo que conforme vas conociendo de manera íntima a las personas y vas descubriendo esos detalles que nos hacen diferentes siendo, en el fondo, iguales ponderas mejor. Con más profundidad. Para mí se convirtió, en su normalidad de persona, en un ser mágico. Contra peor, más amplia era su sonrisa. Mejor su ánimo. Yo no concebía —aún no lo hago—, cómo era capaz de sobrellevar la cantidad de cosas que le sucedieron a la vez. Pero es que más allá de mi sincera admiración, encima me caía —me cae— de puta madre. Es de esa gente con la que conectas.
Siguieron pasando los años y su situación mejoró. Ahora solo le llueve de vez en cuando, como a todos. Nunca nos sentamos a hablar de lo que le ocurría. No hacía falta. Entre los sentimientos que despertaba en mí nunca estuvo la lástima. Una noche hicimos lo que muchas noches hacíamos, bebimos (bastante) y la conversación en lugar de en risas y ocurrencias desembocó en algo más serio. Recuerdo que entonces le pregunté.
—Dime algo.
—¿Qué?
—¿Cómo fuiste capaz? ¿Cómo conseguiste cargar con todo ese peso sin derrumbarte?
Lo que me contó no se me olvidará en la vida. Me relató que cuando le dieron la peor de las noticias que a un ser humano le pueden dar, recibió una llamada dándole la segunda peor noticia que a un ser humano le pueden dar. Entonces corrió al hospital y se quedó en la puerta, le pidió a un ser querido que fuera subiendo que él iría después. Ya solo, se fue a un parque con un paquete de tabaco y se lo fumó entero luchando con una idea en la cabeza. Se iría, abandonaría, cogería un tren sin decir nada a nadie y se marcharía a un lugar desconocido huyendo de todo y de todos. Era insoportable—me seguía contando—, pensaba que hubiera podido con una de las batallas, pero las dos al mismo tiempo era simplemente, demasiado. Tras el paquete de tabaco tomó una decisión. Se quedaría. Y lo haría lo mejor que pudiera. Ahí se puso su límite. Tomó una decisión y, con ella, olvidó la tentación de abandonar. Jamás volvió a planteárselo. Lo hizo bien. Soy testigo.
Con la penúltima copa y las palabras escurriéndose en nuestra boca acerté a preguntarle la última.
—¿Te puedo preguntar algo?
—¿Qué?
—¿Qué es lo más importante que has aprendido de todo lo que te ha pasado?
Lo que me contestó lo he leído después varias veces. Pero esa vez, fue la primera para mí. No sé si antes lo había escuchado y había pasado desapercibido, o no significaba nada en mi cabeza. Pero escucharlo de una persona a la que yo definiría, en su humildad, como un héroe, caló en mí hasta donde nacen las lágrimas que no puedes reprimir. Lo que me contestó fue:
Yo no sabía que ya éramos felices y no nos dábamos cuenta.
Me cago en la leche.

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Cuarentena (III): la nueva normalidad

La palabra nostalgia viene de dos palabras griegas que significan regreso y dolor. Nunca una palabra había resumido tan bien su uso, al menos en mi caso. Son muchos recuerdos dolorosos los que he navegado durante años. Sin embargo, La nueva normalidad ha cambiado mi uso. La nostalgia se ha convertido en un nido agradable, tierno, reconfortante en estos tiempos de cambio. La nueva era que se avecina me ha transformado el dolor en calmante; la ira, en comprensión; la fatiga, en regusto.

Salgo a la calle para pasear, sin rumbo fijo, después de muchos días. Casi por la ley de la gravedad paso por calles que me han marcado de alguna manera. Mi respiración se acelera detrás de la mascarilla. Me ajusto mis guantes y recuerdo aquella normalidad que no exigía pulcritud ni racionalidad, ni test ni estadísticas, ni distancia ni seguridad. Era cuando tenía que hablar al oído en el Demodé por el protagonismo de la música; era cuando compartía una copa con dos amigas en el 5mentarios; era cuando me senté en una esquina sucia a llorar apoyada en mi amiga Marta; era cuando di mi primer beso en el Vértice lleno de humo y sin espacio para moverme; era cuando nos reíamos de la higiene de aquel sitio que ponía unas tapas tan baratas; era cuando vi aquel documental en La Guajira repleto de gente. Lo recuerdo todo y me siento afortunada de haber vivido la antigua normalidad.

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