Flussi di coscienza

Il 4 marzo è stato il mio ultimo giorno di scuola. E per i primi attimi ho pensato che quella cattedra, tanto sudata, tanto attesa e riuscita a conquistare proprio alla fine dell’anno scorso, aveva fatto un bel po’ di danni. Da lì, da quel momento, mi sono sentita davvero un’insegnante. In questi giorni ho parlato davanti a uno schermo a tante faccette spaventate che mi chiedevano quando saremmo potuti ritornare. A scuola no, ma ritornare a vivere, quello sì. A uscire per strada a giocare a pallone, a svegliarci la mattina pensando che la sveglia è suonata troppo presto, a spaventarci per un’interrogazione di grammatica o un compito in classe. Quanto sembra lontano tutto questo ora.

Sto vivendo la mia quarantena con Michele, il mio compagno, colui che ha fatto sì che io non iniziassi a dare capocciate al muro nei momenti più stressanti. E forse io ho aiutato lui a non fare lo stesso, chissà, e fatto sta che ora aspettiamo insieme di poter uscire non solo per fare la spesa o buttare la spazzatura. E qui, nella periferia romana, abbiamo iniziato la nostra prova di convivenza “forzata”. Che, bella la convivenza eh, ma a 40 giorni di chiusura forzata inizia a fare troppo rumore quando respira.

Però devo dire che il da fare non mi manca, tra le lezioni online, la programmazione, i consigli di classe virtuali, i messaggi fino alle 11 di sera, i compiti da correggere, lo studente che ti scrive se puoi dargli una mano a non essere bocciato, la mamma dell’altra studentessa che ti ringrazia per essere presente, l’altro che ti chiama perché hai dimenticato di caricare i compiti sul registro, Dio quanto mi manca poter uscire. Passo le mie giornate attaccata allo schermo di un computer, con Michele che guarda la mia lezione sull’Unione Sovietica e litighiamo perché non scrivo cose che per lui sono importanti, che poi che gliene frega ai ragazzini di terza media di Lenin, lasciala così, sta benissimo.

E a proposito oggi è il suo compleanno. Di Michele eh, o forse di Lenin, non lo so più. Gli ho fatto una torta che è uscita uno schifo, ma la cioccolata dentro la rende buonissima, e lui sorride e mi dice che sono la cosa più bella che ha e che gli ho fatto il regalo più grande, l’ho reso felice.

Forse Roma una cosa buona me l’ha data.

Grazie.

  • : Lecce
  • : Roma
  • : 32
  • : Insegnante

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