Ricordi sommersi, anno 2070

 QUANDO FRA 50 ANNI TI CHIEDERANNO COS’ERA COVID-19 LA RISPOSTA SARÀ PIÙ O MENO QUESTA.

Ed era sempre tutto un non ho tempo. Sono stanco. Non c’ho voglia. No dai non esco. C’ho un po’ di mal di testa. Magari domani. Dai ci si rifarà.
Si nonna lo so dovevo passare ma sai una cosa e l’altra…

Ed era sempre tutto un mamma dai non voglio andare a scuola oggi daiii fammi stare a casa solo per oggi. Ma dai tanto le medie a che servono… Ma tanto le superiori ormai oggi non contano un cazzo… ma che la faccio a fare l’università solo per quel merdoso pezzo di carta..

Ed era sempre tutto un che palle la sveglia alle 7. Che schifo sempre a lavorare. Che lavoro del cazzo. Ma perchè ci devo andare. Ma beati quelli che dormono. Ma vaffanculo.

Ed era sempre tutto un boh ma chi se ne frega tanto che ne sai che succede domani. Ma sì non ci pensare, esiste solo oggi, goditi oggi e fottitene del futuro.

La verità è che un giorno ti sei svegliato e non c’era più tempo. Non era più tempo di uscire con gli amici, di andare a scuola, di dare gli esami, di passare dalla nonna, di andare a lavoro e di fare progetti. Non c’era più il cazzo di tempo.
La verità è che ieri c’era la musica e oggi le ambulanze. È che ieri c’era Camera Caffè e oggi la conferenza stampa del Presidente.
È che ieri c’erano i viaggi e oggi l’isolamento. È che ieri c’era la speranza e oggi mura invalicabili.
La verità è che ci eravamo addormentati a Disneyland e ci eravamo risvegliati nel Limbo.
Non all’Inferno. Perchè l’Inferno è il capolinea, e ti dai pace. Ma il Limbo è attesa, è incertezza, è ansia, è il respiro corto di notte, è lo stivale sul petto che ti schiaccia a terra, è l’acqua che ti sta per entrare dalle narici.

Chi era fortunato aveva qualche membro della famiglia vicino. Altri lontani anni luce. Chi era fortunato faceva la pizza e la pasta fresca e si sedeva a tavola a mangiare e scambiare qualche parola durante l’ennesimo bollettino di guerra dei tg, che raccontavano di crisi economica, di aziende sul lastrico, di morte del turismo, di scuole che non avrebbero riaperto.
Ma tutti avevamo tempo di fare una cosa: pensare, e il cervello a volte è proprio bastardo. E pensavi a cosa avresti fatto domani. E pensavi a cosa fosse valsa la fatica fino ad allora. E lo studio. E i soldi buttati. E l’impegno. E a come avresti pagato l’affitto domani, e mangiato dopo domani, e avuto una parvenza di vita normale il giorno dopo ancora. E davanti a te non vedevi altro che buio, impenetrabile, soffocante. E silenzio, di quello che ti entra nelle orecchie e ti suona in testa come un cazzo di tamburo.

E rimbombavano cose, rimbombavano cose ovunque, lo straziante saluto della mamma ai 4 figli, la rsa che era un lazzeretto, decine di migliaia di morti, 600 euro alle p.iva, l’inps che fa schifo, l’assalto al supermercato, la fila per il pane, la mascherina, tutti intubati, gli ospedali da campo, la gente morta per strada.

Ma la cosa peggiore era il silenzio della sera. Dopo cena uscivi fuori e non sentivi niente. Non c’era musica, non c’erano risa, non c’erano finestre aperte, non c’erano macchine, non c’era gente a passeggio. Ogni tanto solo il vento che muoveva le foglie. E non potevi che chiederti come cazzo era successo tutto questo.

E c’era la speranza, e c’era l’orgoglio. E a mezzanotte era già un altro giorno, e si andava avanti.

Agnese Tani.

  • : Italia
  • : 31
  • : Vice responsabile di un ristorante

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