Non sapevo fosse bellissimo

Marzo sarà bellissimo, dal 3 al 7 sarò a Berlino con amici, amore e colleghi.

Dal 27 al 29 andrò a Bologna, salirò su quell’aereo che mi farà volare di gioia e farà atterrare la mia mano sul grembo di mia cognata, e sentirò per la prima volta il saluto in un minuscolo calcio della mia prima nipotina.

Covid-19

“Che dite ragazzi, andiamo a Berlino? Magari evitiamo la fiera ma per il resto…”

“Anna, evita di partite per favore, se succede qualcosa sarai costretta a rimanere lì. Oppure, al rientro, dovrai stare chiusa in casa almeno 15 giorni e bla bla bla.”

È mio padre che parla, un soggetto cardiopatico, una delle vittime preferite del virus.

“Ok, niente ragazzi, non partiamo, non mi va di rischiare, soprattutto per la mia famiglia.”

I soldi dell’appartamento rimborsati all’istante nonostante la tariffa non rimborsabile, avranno avuto paura dei nostri nomi penso. Mai stati così italiani, penso.

Ryanair: “siamo spiacenti, il suo volo per Bologna è stato annullato”.

Cosa? E la mia nipotina?

Nulla.

In casa, restate in casa.

Mascherina, guanti, amuchina.

Smart working. Ok questo per me è facile, credo.

La prima settimana, la seconda un po’ meno… la terza “mi sa che cambio lato del tavolo, almeno cambio prospettiva”.

Mio padre. Da solo, resta in casa.

“Ok tranquillo papà, non uscire. Ci penso io, ti porto la spesa, ti porto la legna, non sei mai solo con il caminetto acceso.”

Ma siamo in due comuni diversi.

“Lascia stare Anna, non rischiare, i negozianti sono a nostra disposizione, consegnano la spesa a domicilio.”

Ok.

Torno a casa, resto a casa. Cucino, questa voglia di sperimentare le magie del lievito di birra che evapora nei supermercati non la capisco molto, ma va bene così. Lo compro anche io.  Mi occupo di marketing forse perché sono sempre stata brava ad essere la sua prima vittima.

Forse dobbiamo provare ad organizzare il nostro tempo, altrimenti da troppo diventa troppo poco in troppo poco tempo. Chiaro? No aspetta un attimo, sto sclerando.

Esci, hai il giardino, sei fortunata. Ok.

Sveglia, caffè, lavoro. Pausa, pranzo, lavoro. Cazzo, fin qui non è cambiato nulla.

Ma quanto è bello il mio ufficio, quanto è bella la strada per arrivarci, quanto è bello quel maledetto semaforo che ti fa venire i peggiori dubbi esistenziali mentre aspetti il verde, quanto è bella la pausa caffè con i colleghi, quanto è bello il rientro a casa, i gatti che ti aspettano per mangiare. La cena da preparare, l’amore da riabbracciare.

È bello, e non lo sapevo. Ora lo so.

E quanto è bello chiamare la mamma e dirle “dopo il lavoro vengo direttamente da te, ceniamo insieme”.

È bello, lo sapevo, ma non sapevo fosse bellissimo. Ora lo so.

E quanto è bello decidere con chi passare la domenica a pranzo, “andiamo da mio padre, o andiamo dai tuoi?” “Come vuoi, dai miei ricordati il chiasso dei nipotini, 5 bambini, tutti insieme.”

“Ok, oggi lì, domenica prossima da mio padre.”

È bello, lo sapevamo, ma non sapevamo che le urla dei bambini potessero essere belle quanto il silenzio rilassante della casa di papà. Ora lo sappiamo.

E quanto è bello il caffè al mare con gli amici.

O semplicemente quanto è bello il mare.

O semplicemente quanto sono belli gli amici.

Lo sapevamo, ma non sapevamo che fossero bellissimi. Ora lo sappiamo.

Ed ecco che scrivere aiuta a definire ancora di più l’epilogo di questa triste e assurda storia.

Aiuta a riscoprire la bellezza della normalità, aiuta a confermare l’amore, quello vero, e l’amicizia, quella con cui avremmo passato pasquetta.

E sarà con quell’amore e con quell’amicizia che passeremo le prossime pasquette della nostra vita, e mai come ora, alla domanda “cosa farai a pasquetta”, noi lo sapremo già.

  • : Italia
  • : Italia
  • : 29
  • : Marketing Specialist

Leave a Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *